Ogni sera, in migliaia si siedono davanti a uno schermo. Non accendono la televisione. Non guardano serie. Aprono una pagina, inseriscono una password, e il gioco ha inizio.

Non sono tavoli veri, naturalmente. Sono tavoli di pixel, carte che si mescolano da sole, dadi che rotolano senza mai toccare una mano. Ma la posta è vera. I soldi lasciano conti reali per finire in luoghi che nessuno sa bene dove siano.

Benvenuti nell’altra Italia del gioco. Quella che non compare nei rapporti ufficiali, che non espone il bollino sul fondo pagina, che non risponde all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Benvenuti nei casinò online non AAMS.


Il Paese che non c’è

Quando parliamo di questi siti, il linguaggio ufficiale li chiama “non autorizzati”. La parola evoca contrabbandieri e magazzini sigillati. La realtà è più sfumata: sono piattaforme registrate altrove—Malta, Curaçao, Gibilterra—che semplicemente non hanno chiesto il permesso di operare sul mercato italiano.

La loro esistenza è un paradosso. Per il cittadino comune, sono accessibili con un clic. Per la legge, sono territori interdetti. Navigano in una zona grigia che non è né cielo né terra, e intanto raccolgono giocatori per le stesse ragioni per cui certi ristoranti hanno sempre clienti fuori dalla porta: offrono qualcosa che altrove non si trova.

Cosa? Più slot. Più bonus. Più libertà. Limiti di deposito più alti, quando ci sono. Verifiche d’identità che a volte sono una fotografia del documento scattata male col cellulare, altre volte niente. La promessa implicita di essere lasciati in pace.


La seduzione della leggerezza

Ho parlato con un uomo di Torino che gioca su questi siti da tre anni. Non è un professionista, non è un truffatore, non è nemmeno particolarmente appassionato di gioco. È un impiegato, cinquant’anni, che ha scoperto il blackjack durante il primo lockdown. Gli chiedo perché non passi ai casinò autorizzati.

Mi guarda come se avessi suggerito di cambiare squadra di calcio.

“Lì ti chiedono tutto. Documenti, buste paga, dichiarazioni. Ti trattano come se stessi chiedendo un mutuo. Qui entri, giochi, esci. Non devi spiegare niente a nessuno.”

Questa frase mi è rimasta impressa. Non devi spiegare niente a nessuno. In un’epoca che ci chiede conto di ogni movimento—cookie, tracciamenti, autorizzazioni—c’è qualcosa di profondamente seducente nell’essere invisibili.

Peccato che l’invisibilità, nel gioco, sia quasi sempre un affare a senso unico. Tu non vedi loro, ma loro vedono te. Sanno quanto perdi, quanto giochi, quando torni. Semplicemente, non sono tenuti a usare queste informazioni per proteggerti.


Il silenzio dei numeri

Non esistono dati ufficiali su quanti italiani giochino su casinò non AAMS. Non potrebbe essere altrimenti: sono transazioni che non lasciano tracce nei registri nazionali. Ma si possono leggere i numeri al contrario.

L’AAMS raccoglie circa 150 milioni di euro l’anno dal prelievo fiscale sul gioco online legale. La stima degli operatori del settore—quella che nessuno mette per iscritto—è che il mercato non autorizzato muova una cifra almeno equivalente. Forse di più.

Sono miliardi di euro che viaggiano su rotte invisibili, che non finanziano le casse dello Stato, che non sottostanno ai tetti massimi di perdita imposti dalla legge italiana. Sono miliardi su cui nessuna autorità ha giurisdizione, e se qualcosa va storto—se il sito decide di non pagare, se il conto viene chiuso senza spiegazioni—non c’è numero verde da chiamare.

C’è un forum, forse. C’è una chat Telegram. C’è il nulla.


La questione che non vogliamo affrontare

Quando si parla di casinò non AAMS, la conversazione pubblica segue un copione fisso. Prima si descrive il fenomeno. Poi si elencano i pericoli. Infine si chiede più repressione.

Ma la repressione, da sola, non funziona. I siti chiudono e riaprono con un altro nome, un altro dominio, un’altra bandiera. È la legge del mercato: dove c’è domanda, l’offerta trova un varco.

Il problema—quello vero, quello che nessuno vuole affrontare—è che l’offerta legale non è abbastanza attrattiva. I casinò autorizzati sono percepiti come lenti, invasivi, paternalistici. Impongono limiti pensati per proteggere ma vissuti come gabbie. Chiedono burocrazia in cambio di sicurezza, e non tutti sono disposti a pagare quel prezzo.

Forse dovremmo chiederci: cosa succederebbe se il gioco legale fosse più semplice da accedere? Se le verifiche fossero rapide e poco invasive? Se i bonus fossero competitivi? Se lo Stato smettesse di trattare il giocatore come un minore incapace di intendere e volere?

Forse, allora, l’altro tavolo verde resterebbe vuoto.


La scelta

Non c’è conclusione elegante a questa storia. I casino senza AAMS continueranno a esistere finché ci saranno giocatori disposti ad accettarne i rischi. E i giocatori continueranno ad accettarne i rischi finché il gioco legale rimarrà ciò che è oggi: un diritto condizionato, concesso a intermittenza, sempre a metà tra servizio e sospetto.

Io non posso dirvi cosa fare. Posso solo raccontarvi che l’uomo di Torino, quello del blackjack, ha smesso di giocare tre mesi fa. Non ha perso tutto, non ha toccato il fondo. Semplicemente, una mattina ha provato ad accedere al suo sito preferito e la pagina non rispondeva più.

Nessun preavviso. Nessun saldo residuo. Solo una schermata bianca e il silenzio.

“Mi sono sentito tradito”, mi ha detto. “Ma poi ho pensato: da chi? Non c’era nessuno con cui arrabbiarmi. Non c’era nessuno.”

Questa è l’altra faccia dell’invisibilità. Puoi entrare senza bussare, certo. Ma un giorno potresti scoprire che non c’è più nemmeno la porta.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *